Catena Cancilleri, siciliana d’origine, è nata nel 1974 in Germania e vive a Parma dove lavora come educatrice. Laureata in Filosofia, ha esordito con il saggio Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia: a proposito de Il re di Girgenti (Tracce, 2005). Per Nulla die ha pubblicato quattro sillogi di racconti brevi sulle mafie: Di famigghia (2015), Barricate (2018), Dicotomie e 41 bis (2020) e La linea del sangue (2023). Attualmente, dopo alcune collaborazioni con riviste on line, gestisce con la sua amica Elena Sutti, il sito disordinecreativo.com all’interno del quale si diletta a disquisire di letteratura e tematiche sociali.

  1. Occuparsi di mafia, cosa significa per una donna siciliana?

Non credo faccia la differenza essere siciliani o meno. Essere antimafiosi, coltivare un pensiero antimafioso, è semplicemente una presa d’atto, una presa di coscienza tra ciò che si vuole e non si vuole. E io non voglio una società malata. Se poi di questa società malata fa parte anche la mia terra, la mia Sicilia, a maggior ragione, da cittadina consapevole, me ne devo occupare. È un atto d’amore. E l’amore, si sa, è incondizionato.

  1. C’è stato qualche fatto particolare che ha fatto nascere questo particolare impegno?

L’impegno per qualcosa credo abbia sempre origini profonde e non sempre siamo capaci di capire quando ha avuto inizio il nostro impegno. Io credo che la “strada dell’impegno” sia un percorso del tutto naturale. È dentro di noi, anche se poi c’è sempre quell’evento particolare che fa scattare quella molla, quel click che ci induce ad incamminarci verso un sentiero piuttosto che un altro. Nel mio caso penso che gli eventi siano stati due: l’estate del 1992 con le sue stragi e un’esperienza lavorativa dolorosa di mio fratello. Affermo dolorosa perché è dolore per un operaio percepire la propria busta paga, firmarla e poi vedersene sottratta una parte per poter continuare a lavorare e mantenere la propria famiglia.

Questi due eventi, per me, sono stati lo spartiacque che hanno contrassegnato la fine della mia adolescenza inconsapevole e l’ingresso nel mondo degli adulti e della realtà siciliana. Da quel momento nulla è stato mai più come prima.

  1. Con “La linea del sangue” lei si è rivelata una cronista di mafia. La sua formazione filosofica l’aiuta in questo?

Bella domanda!

Se non le spiace, prima di rispondere alla sua domanda, vorrei fare una piccola puntualizzazione. Con La linea del sangue, edito da Nulla die, è capitato spesso di sentirmi definita “cronista”. Io non mi reputo tale. Io sono semplicemente una persona che ha qualcosa da raccontare e lo fa alla sua maniera: attraverso la narrazione. Nella narrazione, e arrivo alla sua domanda, indubbiamente la mia formazione filosofica mi aiuta, anche se credo che predomini di più la mia formazione prettamente storica. Io sono laureata in Filosofia, ma il mio indirizzo è stato di stampo storico. Io amo scandagliare la realtà e cerco sempre di approcciarmi ad essa con coscienza critica. All’atto della scrittura mi piace pensare che coscienza critica e formazione filosofica camminino di pari passo.

  1. Secondo lei si “parla” di mafia o si continua solo a “sussurrare”?

A mio modesto parere si continua solo a sussurrare. C’è stato un momento in cui se n’è parlato tanto, ma poi, come sempre, ha prevalso il “sussurro”. Dopo la “stagione delle stragi”, sull’onda dell’indignazione, dello sgomento, si è parlato molto di mafia e sembrava che, finalmente, qualcosa si muovesse al fine di sconfiggere questa piaga sociale che mina le basi della nostra società.

Poi tutto si è arenato, si è fermato!

La mafia ha cambiato volto, si è trasformata, ha modificato il suo modus operandi e ha silenziato nuovamente le nostre coscienze.

  1. C’è chi ancor oggi nega il fenomeno mafia. Nel suo scandagliare, qual è la tesi più singolare di questi “negazionisti”?

In realtà, a mio avviso, non esiste una tesi più singolare rispetto ad un’altra. Esiste la negazione di un fenomeno. Punto.

Però, se devo pensare ad una tesi “negazionista”, faccio un lungo passo indietro nel tempo e mi viene in mente Giuseppe Pitrè. Pitrè, in uno dei suo numerosi manoscritti sostenne che «la mafia non è né setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola, la qualità di mafioso è stata applicata al ladro, ed al malandrino, ciò è perché non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s’è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino il mafioso è soltanto un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso, nel qual senso essere mafioso è necessario, anzi indispensabile». Come potrà notare, la tesi del Pitrè più che “negazionista” è di legittimazione. Ecco, io penso che ancora oggi, nonostante ci sia consapevolezza sul fenomeno mafioso, si continui a legittimarla. Per motivi indubbiamente differenti rispetto a quelli di Pitrè, perché è cambiata la congiuntura storica, politica ed economica, ma si continua a legittimarla.

  1. Com’è nato il contatto con Andrea Camilleri?

Il contatto con Andrea Camilleri è nato all’atto della mia tesi di laurea. Analizzavo un suo romanzo storico, Il re di Girgenti, che allora non era stato ancora stato studiato. Ero la prima studentessa in Italia ad approcciarsi a quel testo e tanti i dubbi e le perplessità sulle teorie che avanzavo. Da lì l’idea di intervistarlo e di chiedere conferma se ero sulla strada giusta. Scrissi al Camilleri fan club una lettera aperta indirizzata a lui e il presidente del fan club mi diede un contatto a cui rimandai la lettera. Fu Camilleri stesso a ricontattarmi e ad invitarmi a casa sua a Roma per effettuare l’intervista.

Credo che poterlo conoscere e dialogare con lui sia tra le mie esperienze più belle perché Camilleri, con la sua disponibilità a ricevermi, mi diede la possibilità non solo di conoscere il Camilleri scrittore ma anche l’uomo di grande spessore che era. Dopo quell’incontro ce ne furono altri, come ci furono sporadicamente altre chiacchierate, soprattutto telefoniche. Tutte partivano alla medesima maniera. Pur avendo ottenuto il privilegio di possedere il suo numero di telefono privato, io non lo chiamavo mai. Usavo sempre la stessa modalità di contatto della prima volta. Scrivevo, gli inviavo un fax e lui, puntualmente, mi chiamava quando aveva tempo. Non si è mai negato. Potevano passare alcuni giorni dall’invio del fax alla sua risposta ma mi ricontattava sempre, anche per la “banale” chiacchierata.

  1. Lei sembra sfuggire alla mediaticità. Non è strano per un’autrice affermata?

Io non credo di sfuggire alla mediaticità, anzi. Sui social sono particolarmente attiva e spesso metto a nudo i miei pensieri. In realtà, credo, che siano i media, i social, a rifuggire alcuni autori e determinati argomenti perché ritenuti scomodi o poco vicini al sentire comune. Si ripescano o ritornano in auge in determinate circostanze o in determinate congiunture e poi, in maniera del tutto “naturale”, si arenano, si eclissano nuovamente perché non più “utili”.

Chi, come me, scrive di mafia, di tematiche sociali, semplicemente non riceve attenzione perché parlare di alcuni argomenti potrebbe provocare disagio. Io mi approccio ai social media alla mia maniera: in punta di piedi, con delicatezza, ma ciò non significa che li rifuggo, anzi. È semplicemente il mio modo di essere.

  1. Ci sono libri che, se venissero semplicemente recensiti e commentati perderebbero la loro profondità perché verrebbe a mancare il lato umano”, lei così si è espressa in post che circola in rete. Preferisce che i suoi libri non vengano recensiti?

Parto da una puntualizzazione per farle capire meglio la sua citazione.

Innanzitutto confermo la mia maternità di questa citazione che, però, necessita di essere contestualizzata.

Io, per diletto, recensisco libri.

Amo mettere “su carta” le mie riflessioni dopo aver letto un libro e mi piace l’idea che ne rimanga traccia. Quella traccia nasce con l’intento di valorizzare il libro, non sminuirlo. Alcuni testi, in virtù della delicatezza degli argomenti che trattano, necessitano di grande sensibilità e attenzione nell’uso delle parole che a loro dedichiamo. Per questo motivo, a mio avviso, è meglio no “sprecare” le parole e lasciare al lettore la bellezza della lettura. In quei casi preferisco consigliare la lettura del libro piuttosto che recensirlo. È un atto d’amore verso il libro e verso chi lo ha scritto per evitare che la recensione ne sminuisca il valore.

Va da sé che la recensione è sempre gradita. Così come adoro scrivere dei libri che ho letto, mi piace e mi emoziona l’idea che qualcuno legga i miei e ne scriva e ne parli. Le recensioni, di qualsiasi natura esse siano, positive o negative, sono sempre un momento di crescita per l’autore. E che ben vengano quindi, le recensioni, anche dei miei libri.

  1. Ci anticipa qualcosa della sua prossima fatica editoriale?

Certo! Volentieri.

A dire il vero, le fatiche editoriali sono più di una. In questo momento sto lavorando su più fronti e non so ancora quale prenderà il sopravvento. Da un lato c’è un lavoro che darà continuità sul fronte delle mafie e dall’altro c’è un argomento nuovo, completamente diverso dai miei scritti precedenti.

Attualmente, l’unica cosa certa è che sto scrivendo e che sto assecondando il mio desiderio di mettere su carta le idee. Vedremo cosa ne verrà fuori…

  1. Come arriva a Parma? Perché proprio l’Emilia?

Su quest’ultima domanda si potrebbe scrivere un libro perché racchiude la storia di un’amicizia lunga una vita.

Non potendomi dilungare, gliela semplifico.

Nel 2000 io e la mia migliore amica facemmo, a Torino, il concorso per educatori. Lo superammo entrambe. Due anni dopo Delizia, l’amica di cui le parlavo, si trasferì a Parma per fare il tirocinio del suo master post laurea. Durante la sua permanenza in città ebbe modo di visitare il Convitto Nazionale “Maria Luigia” che le piacque molto.

Quando vennero aperte le graduatorie per i nuovi inserimenti Delizia, da sempre il mio angelo custode in terra, mi chiamò e mi invitò a scegliere Parma come sede Io, naturalmente, in virtù della forte amicizia che ci legava, accettai il suo invito. Per alcuni anni, io e Delizia, ci siamo dimenticate del concorso e della sede scelta. Poi, quando meno ce l’aspettavamo, subito dopo il suo matrimonio di cui io ero stata una testimone, arrivò la prima chiamata per una supplenza sia per l’una che per l’altra.

Risultato? Io e Delizia lavoriamo entrambe a Parma ed entrambe al Convitto Nazionale “Maria Luigia”. Le nostre strade non si sono mai divise. La nostra amicizia, a distanza di oltre tre decenni, è ancora forte e vigorosa. Delizia, per me, è quel legame profondo che, pur non essendo di sangue nel senso stretto del termine, rappresenta famiglia.

Ecco cosa mi ha spinto a Parma, in Emilia: l’amicizia con la A maiuscola.