Il mantenimento del coniuge è un residuo familistico medievale. Così come l'addebito della separazione. Il primo presuppone il ruolo della donna ancella, non dedita alla propria realizzazione. Se ciò può essere vero per il suo ruolo genitoriale, non è detto che debba restare tale in eterno. Per usare una massima della Cassazione "l'assegno di mantenimento al coniuge non può essere una rendita parassitaria". Questo principio, acclarato in giurisprudenza da decenni, dovrebbe avere come corollario il suo superamento e la sostituzione con un indennizzo che permetta al coniuge debole di trovare il modo per realizzarsi e di non aver un ruolo da mantenuto/a. Allo stesso modo è privo di senso l'addebito della separazione perché ogni matrimonio finisce perché è finito l'affectio coniugalis, che è il legame che permette ad ogni coppia di reagire alle forze esterne e ai problemi della vita. Entrambi questi istituti risentono dell'impostazione cattolica che colpevolizza i coniugi che si separano o divorziano, pretendendo da essi legami forzati e convivenze che non di rado degenerano in tragedie. Combattere i femminicidi e le violenze in famiglia è anche rendere responsabili entrambi i coniugi e svincolarli da pretese di amore eterno e sacralità del vincolo.

Sergio Cavaliere – avvocato del foto di Santa Maria Capua Vetere