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In occasione dell’8 marzo, Amnesty International ha lanciato una nuova campagna per denunciare le violazioni dei diritti umani subite dalle donne durante il conflitto siriano e per chiedere che, contrariamente a quanto sta accadendo, esse abbiano un ruolo ufficiale e attivo nel dare forma al futuro del paese.

Dall’inizio della crisi siriana, nel 2011, le donne hanno subito molteplici violazioni tra cui detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, sequestri e violenza di genere da parte delle autorità siriane e degli altri attori coinvolti nel conflitto.

La nuova campagna di Amnesty International invita i soci dell’associazione e il pubblico a inviare alle donne siriane un messaggio di solidarietà nel quale si chiede che siano rappresentate in modo eguale e concreto nel processo politico in atto. La campagna intende amplificare le voci delle donne che svolgono un ruolo cruciale nella società siriana come le attiviste, le manifestanti pacifiche, le organizzatrici dei soccorsi umanitari e le fondatrici di associazioni e centri comunitari.

“A otto anni dall’inizio della crisi, nonostante abbiano passato sofferenze indicibili. le donne siriane non solo non demordono ma mostrano ogni giorno sempre maggiore coraggio, svolgendo attività politiche e denunciando le violazioni di coloro che sono al potere. Molte di loro mantengono da sole le proprie famiglie e rischiano la vita ogni volta che prendono la parola”, ha denunciato Samah Hadid, direttrice delle campagne sul Medio Oriente di Amnesty International.

“La partecipazione delle donne nei processi politici è fondamentale per ottenere uguaglianza di genere e diritti per tutte e per tutti. Gli stati della comunità internazionale - soprattutto Iran, Turchia e Russia - devono sollecitare il governo e i gruppi armati dell’opposizione a porre fine alla violenza sessuale, ad altre forme di violenza di genere e alla discriminazione. Devono inoltre avviare consultazioni con le donne e assicurare che esse siano realmente rappresentate nei colloqui di pace, nei negoziati, nella stesura della costituzione e in altri processi di peace-building”, ha aggiunto Hadid.

Amnesty International ha intervistato 12 attiviste che hanno lasciato la Siria per cercare riparo negli stati confinanti o altrove. Queste donne hanno raccontato come siano state arrestate, sequestrate e tenute in condizioni estremamente dure e con limitato accesso ai servizi fondamentali; come siano state evitate dalle loro stesse famiglie dopo il rilascio e come siano state intimidite e minacciate di morte a causa delle loro attività umanitarie e politiche o per aver cercato informazioni sui loro parenti rapiti o sottoposti a sparizione forzata.

“Le donne siriane devono essere coinvolte nelle discussioni sul passato e sul futuro del loro paese a livello locale, regionale e internazionale. Porre fine alla discriminazione di genere è fondamentale per garantire una società giusta e trasparente”, ha concluso Hadid.

Le donne con cui Amnesty International ha parlato hanno espresso preoccupazione per il fatto di non essere adeguatamente rappresentate nel processo decisionale riguardo al futuro della Siria. In alcuni casi, nelle discussioni sono state coinvolte solo donne rappresentanti il governo o l’opposizione.

Ulteriori informazioni
A partire dal 2011, Amnesty International ha denunciato violazioni dei diritti umani delle donne basate sul genere da parte del governo siriano e dei gruppi armati dell’opposizione.

Le ricerche dell’organizzazione per i diritti umani hanno dimostrato che donne arrestate dalle autorità siriane sono state sottoposte a controlli di sicurezza invasivi all’arrivo nei centri di detenzione, in alcuni casi veri e propri stupri; in altri casi hanno subito o sono state costrette ad assistere a molestie e aggressioni sessuali da parte delle guardie penitenziarie; hanno convissuto con detenuti maschi e sono state lasciate in custodia a secondini di sesso maschile; sono anche state private dei trattamenti medici necessari per curare malattie croniche.

Amnesty International ha inoltre documentato violazioni del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati dell’opposizione a Idlib e Aleppo, dove donne sono state rapite o costrette a lavorare nelle cucine di centri informali di detenzione e sono state sottoposte a sanzioni corporali come la lapidazione o la fustigazione perché sospettate di relazioni sessuali extramatrimoniali.