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“Faremo scoppiare il finimondo” queste, oltre ad altre minacce, erano contenute nei “pizzini”
rinvenuti nelle quattro pizzerie del reggiano che dal primo febbraio sono state oggetto di un
tentativo estorsivo, culminato con le raffiche di colpi alle vetrate dei ristoranti La Perla e Piedigrotta
3.
I soggetti fermati sono tre fratelli appartenenti alla famiglia Amato, figli di Francesco, già
condannato nel processo Aemilia e protagonista del sequestro di qualche tempo fa presso l’ufficio
postale di Pieve, in città.
Il nostro primo pensiero va quindi a ringraziare la Procura della Repubblica, il Comando provinciale
dei Carabinieri e i suoi nuclei locali e la Questura di Reggio Emilia, che ancora una volta hanno
saputo intervenire velocemente ed efficacemente, mostrando conoscenza del territorio e capacità
investigative.
Come Libera Reggio Emilia e Libera Emilia-Romagna vogliamo anche noi poter ribadire con forza le
parole del Procuratore capo Marco Mescolini che “a Reggio il pizzo non esiste e non inizierà certo
questa settimana”.
Cogliamo però questa occasione anche per un ragionamento sulla nostra città più ampio, in un
momento storico delicato e difficile, in cui la società sta cambiando e il presente ci pone davanti a
complessità un tempo impensabili come lo stesso radicamento ndranghetista, evidenziato e
attestato dallo stesso processo Aemilia, un evento di portata eccezionale e che non deve solo
essere una parentesi nella storia di Reggio, ma servirci da lezione e da chiave di lettura per altri
fatti criminali.
Ancora oggi leggiamo troppe semplificazioni sulla reale presenza mafiosa del nostro territorio e
avvenimenti come questi atti di violenza e i precedenti roghi dolosi avvenuti dall’inizio dell’anno in
provincia, non devono farci abbassare la guardia o negare la loro origine criminale.

Troppo spesso si è negato il fenomeno e delegato una reazione alla sole forze dell’ordine o alla
magistratura, troppo spesso si mescolano i concetti di sicurezza e lotta alla mafia, confondendo le
vittime con i colpevoli, come nel caso delle fasce più deboli della popolazione, siano essi senza fissa
dimora, migranti o tossicodipendenti.
Dal rapporto Liberaidee, uno studio sulla conoscenza dei fenomeni mafiosi e corruttivi condotto da
Libera nazionale, risulta che solo un emiliano romagnolo su tre considera la mafia un reale e
concreto pericolo sociale, nonostante i continui arresti, confische e sentenze.
Non possiamo quindi che ringraziare nuovamente Procura, Carabinieri, Questura e tutte le
istituzioni che si battono contro questa piaga, ma, con tutti i nostri limiti e la giusta dose di umiltà,
esortare i cittadini a impegnarsi a conoscere e capire meglio la mafia e reagire in modo
consapevole senza rassegnazione o affidando questo impegno ad altri: ne va del futuro di Reggio
Emilia.