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sacchetti sabbia argine pixabay

Basta esportazioni di sabbia dall’Italia verso la Svizzera. Lo “Sportello dei Diritti” combattivo organismo associativo italiano che si batte nelle sedi giudiziarie per difendere gli interessi generali, plaude ad una recente iniziativa dell’associazione ambientalista “Amici della Terra”, la sui sezione di Varese si è rivolta al Consiglio di Stato ticinese, chiedendo provvedimenti per mettere fine ai presunti traffici illeciti di inerti per uso edile che verrebbero fatti arrivare nel Canton Ticino illegalmente. “Un'iniziativa lodevole e alla quale facciamo un plauso”, così si è espresso Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei diritti” dopo aver appreso l'iniziativa intrapresa dall’associazione varesotta “Amici della Terra” che si è rivolta al Consiglio di Stato ticinese per chiedere la sospensione dell’importazione di sabbia dall’Italia. La questione è stata prospettata per competenza anche alla Regione Lombardia. Tutto sarebbe partito da un’inchiesta giornalistica della trasmissione “Falò” da cui sarebbe emersa la possibilità che si concretizzino traffici illeciti di rifiuti tossici, ciò potrebbe avvenire sfruttando le regole dell’accordo tra il Ticino e la Lombardia sul trasporto di inerti. Nella nota rivolta al Consiglio di Stato del Canton Ticino, l'associazione di Varese ha chiesto alla giustizia amministrativa di prendere, sostanzialmente, tre decisioni: «sospendere l’importazione di sabbia dall’Italia; obbligarsi a riciclare il 95% degli inerti e usare quelli per le costruzioni; far gestire le terre da scavo direttamente dal Cantone e non da privati, senza nessuna eccezione».«Ovviamente - conclude la lettera - in questo modo si regolarizzerebbe tutta la situazione. Realizzare tutto ciò diventa irto di difficoltà e forse troppi sarebbero gli interessi ad esso contrari.  Noi confidiamo, invece, che il Cantone sia superiore alle possibili spinte contrarie e voglia tener conto di quanto abbiamo proposto».
Salvatore Pizzo
Il testo della lettera inviata al Pesidente del Consiglio di Stato e per conoscenza alla Regione Lomabrdia.

“In passato ponevamo a  forte critica all’accordo tra Regione Lombardia e Cantone Ticino, sottoscritto all’inizio del mese di marzo a Mezzana. Avevamo, infatti, scritto all’Assessore alla Tutela ambientale della Regione Lombardia per commentare con toni preoccupati quanto dallo stesso fatto. Dai giornali locali eravamo stati  informati che: ”L’accordo mirava ad instaurare e a sviluppare la collaborazione transfrontaliera nell’ambito della gestione dei materiali inerti per l’edilizia dalla Lombardia verso il Ticino e del materiale di scavo non inquinato e dei rifiuti edili di origine minerale dal Ticino verso la Lombardia”. Veniva scritto che nell’accordo le due parti si impegnavano a “Promuovere gli scambi commerciali, nell’ambito della cooperazione transfrontaliera (...) per materiali inerti per l’edilizia (sabbia e ghiaia) dall’Italia verso il Ticino, e materiale di scavo non inquinato dal Ticino verso l’Italia.
Veniva consentito, per quanto di loro competenza, il transito di questi materiali da tutti i valichi di frontiera, anche ferroviari. Agevolato lo sdoganamento degli stessi materiali semplificando le procedure e l’adozione di processi amministrativi efficienti nei valichi di frontiera. Favorire il riutilizzo del materiale di scavo non inquinato (terra e rocce) e dei rifiuti edili di origine minerale prodotti in Ticino nell’ambito del ripristino delle cave dismesse o di altre operazioni di recupero di materia ubicate in Italia in prossimità della frontiera”.
Per raggiungere questi risultati era stato istituito un gruppo di concertazione che ha il compito di definire le procedure di gestione e di controllo, assicurare lo scambio di informazioni sul tema e la consultazione tra i membri. L’accordo, siglato con una sola regione italiana della Regio, si proponeva di estendere le regole – su richiesta – anche nella regione Piemonte, più precisamente nelle province di Novara e Verbano Cusio Ossola. Di questo non fanno parte né i rappresentanti delle Associazioni ambientaliste e neppure degli esponenti dei cittadini interessati, ma tecnici scelti dalla Regione Lombardia. Anche questo, per contrarietà alla Convenzione di Aarhus è stato motivo di una nostra ulteriore forte critica.
Altra ragione della nostra critica all’iniziativa dell’Assessore regionale è stato il nostro non aver mai compreso il significato del suo voler rendere legale lo scambio tra risorse naturali (inerti naturali) contro inerti posticci che avrebbero potuto nascondere materiale tossico e nocivo. L’assessore regionale mi ha risposto apostrofando come non fondate le nostre ragioni di critica. Avendo noi visto sulla televisione della Svizzera italiana la trasmissione Falò, siamo rimasti particolarmente scossi. È stata, infatti, dimostrata la bontà delle nostre ragioni.
Occorre precisare che i rifiuti inerti in Italia arrivano dalla Svizzera sia dalle piattaforme autorizzate dal Cantone, che dai cantieri. Siamo certi che i controlli ci siano sia in partenza che in arrivo, ma a detta di molti operatori del settore sentiti nella citata trasmissione televisiva, questi possono essere tranquillamente raggirati con un banale escamotage. In pratica accade, specialmente nei cantieri, che sia il soggetto privato da cui parte il rifiuto che il soggetto privato a cui lo stesso arriva, si accordino per fare quanto segue: si fanno i controlli su terra pulita e quando arriva il nulla osta iniziano a partire i camion. A questo punto, negli stessi vengono inseriti i rifiuti tossici che sono stati precedentemente tritati (cioè ridotti in polvere) in un altro cantiere e vengono mischiati assieme a terra pulita da esportare. In Dogana al controllo visivo si vede solo terra e gli scanner non rivelano altro. A detta dei funzionari doganali a quel punto occorrerebbe fare analisi su ogni singolo camion, ma ciò sarebbe improponibile, sia dal punto di vista dei costi, sia da quello logistico. Bisognerebbe, infatti, a questo scopo, fermare in Dogana ogni camion, in attesa dei risultati delle analisi che in media durano giorni. Quindi in dogana la situazione sarebbe impossibile da gestire.
Anche, in seguito, all’arrivo degli inerti provenienti dalla Svizzera nelle cave in Italia, ovviamente si verificano dei controlli, ma il privato che riceve il materiale illegale quando d’accordo con il cantiere ticinese, stoccherebbe le terre inquinate lontano dalla zona dei controlli, coprendo il tutto con la terra non inquinata. Le cave sono talmente ampie che è cosa facilmente realizzabile scaricare materiale non propriamente incontaminato. A rinforzare quanto detto è il fatto che i controlli non sono sistematici in tutte le cave, ma vengono fatti a campione, data anche l’alta volumetria dei materiali in gioco. A detta di tutti gli operatori del settore interpellati nel corso della trasmissione televisiva di cui si è detto, questo viene praticato per raggiungere un risparmio economico che si avvera facendo passare come terra pulita del materiale che invece andrebbe smaltito nelle discariche ticinesi, ma a costi decisamente superiori. Nella trasmissione televisiva, si è evidenziato, poi, che già nel 2009 i rifiuti tossici ticinesi sono stati portati nelle cave italiane; e questo per un periodo continuativo di otto anni. In pratica smaltire materiale inquinato in Italia facendolo passare come terra in queste modalità costa molto meno.
Le suggeriamo sulla scorta della trasmissione televisiva di procedere ad assumere tre decisioni di importanza dirompente: la prima di sospendere l’importazione da parte del Cantone Ticino di sabbia dall’Italia. La seconda di obbligare il Canton Ticino, a riciclare il 95% degli inerti e usare quelli per le costruzioni (come avviene già oggi in molti cantoni, Zurigo compreso). Solo in casi di estrema necessità il Cantone dovrebbe permettere l’importazione di inerti. La terza è quella di far gestire le terre da scavo direttamente dal Cantone e non da privati, senza nessuna eccezione. Questo porterebbe posti di lavoro al Cantone Ticino e a questo andrebbero tutte le entrate economiche per lo smaltimento. Ovviamente in questo modo si regolarizzerebbe tutta la situazione. Realizzare tutto ciò diventa irto di difficoltà e forse troppi sarebbero gli interessi ad esso contrari.  Noi confidiamo, invece, che il Cantone sia superiore alle possibili spinte contrarie e voglia tener conto di quanto abbiamo proposto.
Non disponiamo di prove che tutto quanto detto in televisione corrisponda a verità. Certo rimane il fatto che la trasmissione televisiva ha rafforzato la convinzione che se non altro il nostro dubbio possa essere fondato e che la regione Lombardia debba tenere gli occhi bene aperti e agire per evitare guai al territorio varesino e a quello comasco”.

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